Il gheriglio selvatico

Sotto il noce sulla collina

Ai margini del bosco, vicino alla legnaia, vive un noce selvatico.
Ogni anno i frutti cadono ai suoi piedi e nessuno li raccoglie: eppure tutti sanno che il sapore di queste noci è il più buono che si possa gustare.
Il problema è che sono ostiche: il gheriglio è avvolto da una polpa legnosa che rende impossibile staccarlo, se non riducendolo in poltiglia. Dopo due noci uno ci rinuncia per la frustrazione, e resta con la voglia.

Pomeriggio di fine settembre: l’albero è tagliato dalla luce del sole che sta per scendere oltre la collina. È una bella foto.
Le campane danno un tocco, il bosco respira, gli uccelli si parlano dagli alberi.
Con l’allungarsi delle ombre nella valletta l’arietta si è fatta più fresca, e il suo profumo pulito mi ha ricordato momenti d’infanzia spavalda e ruspante, facendomi ritrovare la gioiosa ciurma spensierata dei miei amici dodicenni.

Cerco a terra una noce ancora con il mallo: lo tolgo, chiudo gli occhi e respiro con il naso sul guscio. Il profumo è fortissimo: finisco altrove ed ho immagini debolissime che non afferro. Ma non ho dubbi, c’era qualcosa di bellissimo. Riprovo ma non funziona più.
Rompo molte noci prima di riuscire a staccare un pezzo di gheriglio sufficientemente grande da sentirne il sapore. Quando finalmente ne ho mezzo di intero sul palmo della mano, lo mangio piano: il sapore dura due secondi ma è proprio quello che non avevo più sentito da tanto tempo: un latte di noci, delicato.
Poi raccolgo le noci più secche e le soppeso. Cerco un gheriglio rinsecchito al punto giusto. Non troppo. Ne trovo uno rattrappito che sembra non promettere molto: e invece è un tuffo. Faccio la cosa giusta di mangiarlo con gli occhi chiusi.
Ed è un passaggio di gioia.
Intanto la luce si è spente anche sulla foglia più alta del noce.

Gianluca Sgreva

 

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